Il LUTTO e la SEPARAZIONE e la tecnica dell' EMDR

Perdere una persona cara
è una delle situazioni
più traumatiche
che si possano vivere
Si tratta di un’esperienza molto dolorosa che necessita, in molti casi, di un aiuto specifico per poterla elaborare.
La tecnica dell’EMDR permette di intervenire nei casi in cui il livello di difesa dal dolore è estremamente elevato e dove agisce una grossa resistenza al superamento del trauma legato alla perdita.

E’ importante sottolineare che il malessere dovuto alla perdita è estendibile sia al lutto sia alle situazioni di abbandono/separazione che avvengono nei rapporti di coppia.
Il processo di separazione nella coppia, infatti, viene equiparato ad un vero e proprio lutto poiché, a tutti gli effetti, si tratta della perdita della persona amata e proprio per questo è da considerarsi un tipo di evento di tipo traumatico che necessita, dunque, di essere elaborato.

In entrambe le situazioni assistiamo al passaggio attraverso fasi nelle quali da un iniziale negazione o stordimento per la perdita, la persona gradualmente diventa più consapevole di quanto sta accadendo ed esprime rabbia verso tutto e tutti. La rabbia  permette di mantenere il legame poiché l’obiettivo è rifiutare ad ogni costo la separazione. Infine, nella fase depressiva, il soggetto prende atto che la situazione è ormai irreversibile: tale fase è molto dolorosa. A questa fase deve seguire la fase dell’accettazione in cui si è in grado di progettare il proprio futuro in maniera autonoma e senza la persona da cui ci si è separati.

Uno stato di depressione è del tutto comprensibile nel periodo conseguente alla perdita, ma se questo stato persiste e getta la persona in una condizione di angoscia continua da cui è incapace ad uscirne, allora è consigliabile affidarsi ad un aiuto esterno che possa accompagnare nel difficile percorso dell’accettazione ed elaborazione. Un percorso terapeutico, in questo caso, permette di sostenere e rafforzare il soggetto al fine di aumentare l’autonomia e la capacità di progettare un futuro.

L’obiettivo dell’EMDR è di mettere in moto l’intrinseco e innato sistema di elaborazione dell’informazione per trasformare le percezioni immagazzinate in modo disfunzionale.
La tecnica dell’EMDR fornisce un intervento psicoterapeutico in grado di avviare, attraverso la stimolazione bilaterale visiva o tattile,  un  processo di elaborazione delle emozioni e dei pensieri collegati alla perdita e di raggiungere così soluzioni più adattive per la persona. La tecnica dell’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica per elaborarla nelle sue diverse componenti: emotive, cognitive e corporee.

Il sostegno psicologico nei casi di infertilità

Le coppie che ricorrono a terapie di procedure di procreazione assistita per avere figli sono sempre più in aumento.
Studi relativi al numero di bambini nati in provetta in Italia rivelano che circa una coppia su sette è infertile e che ogni anno circa 55.000 donne si sottopongono a procedure di inseminazione artificiale e di fecondazione assistita in vitro. In genere si tratta di donne che hanno in media 36 anni di età ed un parto su 4 avviene in pazienti che hanno superato i 40 anni.
Affrontare il problema del mancato concepimento è per qualsiasi coppia motivo di forte stress ad elevato impatto emotivo. In genere le coppie che per anni sono state sottoposte alla frustrazione di non riuscire a realizzare il desiderio del concepimento si trovano a convivere con una situazione di profondo dolore e di angoscia che nella maggior parte dei casi danno avvio ad una serie di disturbi psicologici che rendono ancora più difficoltosa anche la riuscita delle terapie di procreazione assistita.
Non è solo la donna  ad essere, psicologicamente,  pesantemente colpita e a sentirsi in colpa della non riuscita, anche gli uomini, in maniera diversa, soffrono della mancata paternità.
Questo disagio in cui dominano sentimenti negativi di rabbia e di angoscia produce disturbi a livello individuale sotto forma di depressione, ansia e bassa autostima e/o a livello di coppia, poiché possono insorgere problemi sessuali o di comunicazione, arrivando in alcuni casi alla fine della relazione di coppia. Per questo motivo la presenza di uno psicologo e di un sessuologo dovrebbero essere parti integranti dell’attività della medicina della riproduzione.
Inoltre è necessario sapere che la stessa procedura di procreazione assistita comporta una grande carica emozionale ed è dimostrato che questa tensione può influire negativamente sul risultato della terapia.
Per queste ragioni diventa indispensabile poter fornire un adeguato aiuto psicologico che possa gestire lo stress e la sofferenza e che permetta di svelare le paure e le insicurezze della coppia.

ADOLESCENZA

L’adolescenza segna l’inizio di un intenso passaggio, sia fisico che psicologico, tra l’infanzia e l’età adulta. 
L’adolescente è allo stesso tempo un bambino e un adulto, ma in realtà  non è più un bambino e non è ancora un adulto. 
La domanda più importante che si pone è: “chi sono io?”, nella continua ricerca di sé, e nelle trasformazioni delle relazioni con gli altri.

Il cambiamento del corpo in primis impone una trasformazione globale e mette in moto un processo lento e complesso che coinvolge sia l’immagine e la rappresentazione di sé che le relazioni con le persone emotivamente significative. Cambia il pensiero, la percezione di se stessi, ci si confronta con ciò che si vorrebbe essere, cambia la visione del mondo, ci si interroga sul futuro. 

E’ un processo che continua anche negli anni successivi e che porta con sé tanti interrogativi relativi al chi sono, dove andrò, cosa farò, con chi sarò, e che comporta oscillazioni tra spinte progressive e regressive, tra movimenti in avanti e indietro, tra momenti di entusiasmo ed euforia e altri di insicurezza e incertezza.

La maggior parte dei ragazzi riesce ad attraversare il processo adolescenziale e della giovane età adulta con sufficiente serenità e fiducia, pur con i fisiologici alti e bassi. A volte invece questo passaggio può essere vissuto come fonte di ansia, di eccessive tensioni e insicurezze.

Il disagio giovanile si può manifestare attraverso comportamenti quali ritiro sociale, fobie e abbandoni del percorso formativo (scolastico e universitario) o del lavoro, ansia e attacchi di panico,  dipendenze o abuso di alcol e droghe, depressione, autosabotaggio del proprio corpo e delle proprie potenzialità, disturbi o disordini del comportamento alimentare, difficoltà affettive e relazionali, espressioni di un’impasse o di un blocco evolutivo.

Quando non è il ragazzo a chiedere aiuto direttamente, è comunque importante cogliere la valenza comunicativa dei comportamenti, unico modo forse in quel momento per esprimere una difficoltà o una sofferenza. 

Una valutazione-consultazione psicologica può essere utile, tiene in considerazione i diversi comportamenti e aspetti all'interno del funzionamento globale della personalità, della propria storia, del contesto in cui vengono vissuti e della specificità del momento evolutivo. 

I disturbi dell'alimentazione: anoressia e bulimia

I disturbi alimentari sono sempre più diffusi ed in Italia più di 3 milioni di persone ne soffrono ed il numero è in costante aumento. Nell’85% dei casi si tratta di donne adulte, adolescenti e bambine. Negli ultimi anni il fenomeno riguarda anche gli uomini.

La prevalenza del disturbo nelle donne è dovuta ad una loro predisposizione biologica a resistere senza cibo. Inoltre le donne, soggette più degli uomini all’accumulo di grasso, subiscono maggiori frustrazioni da parte di una cultura che esalta il culto della magrezza. Lo sviluppo puberale femminile, infine, è più complesso di quello maschile dal punto di vista delle funzioni ormonali e dei meccanismi psicologici che lo sottendono e può predisporre a disturbi psicologici di fronte a fattori di stress.

L’identità della giovane adolescente si costruisce all’interno di un’ampia cornice che include il contesto sociale, le esperienze familiari, le predisposizioni biologiche e i fattori accidentali dello sviluppo. Problematiche legate al processo d'identità della giovane donna possono portare a sviluppare il fenomeno dell’anoressia e/o della bulimia.

Gli eventi che scatenano il meccanismo patologico legato al cibo sono quelle esperienze che mettono alla prova il senso di indipendenza e di valore dell’adolescente: le prime relazioni eterosessuali, la perdita di un’amicizia, la malattia o la morte o la separazione di un membro importante della famiglia.
I disturbi dell’alimentazione non devono essere scambiati per malattie dell’appetito.
Sono, infatti, disagi psicologici profondi.
Attraverso il rapporto con il cibo – negato, cercato e rifiutato, o ingerito in quantità smodata – esprimono in modi diversi un dolore ed una sofferenza dell’anima.

I disturbi alimentari sono un modo per comunicare sofferenze e paure. Perdite affettive importanti, abbandoni, abusi e traumi infantili: il cibo diventa il modo che permette di non sentire la sofferenza, un’auto-cura per non pensare.

In questo modo, però, il dolore permane e la vita non viene vissuta.

L'esperienza del LUTTO

Il lutto è una delle esperienze più difficili che una persona si trovi ad affrontare sul piano esistenziale: l'esperienza del lutto viene solitamente associata alla perdita di una persona cara, tuttavia in realtà ogni perdita può causare sofferenza ed angoscia ed associarsi ad un processo di vero lutto con tutte le sue implicazioni e i suoi vissuti caratteristici. Esperienze come il divorzio o la rottura di un rapporto affettivamente significativo, la perdita del lavoro, un aborto, il doversi trasferire in un altro paese, la morte di un animale domestico, il pensionamento, l'abbandono di una disciplina sportiva a causa di un incidente, etc... sono tutte esperienze di perdita che determinano un processo di lutto e che possono procurare un notevole livello di dolore ed angoscia e provocare senso di solitudine ed abbandono.

Il processo di elaborazione del lutto richiede, sovente, tempo ed aiuto per poter passare da un vissuto di perdita ad un vissuto di integrazione di ciò che manca. Non sempre e non per tutti il compimento del processo d'elaborazione del lutto avviene in tempi rapidi e in senso positivo e trasformativo. L'esperienza del lutto implica il doversi confrontare con una gamma notevole di sensazioni ed emozioni negative quali il dolore, la tristezza, la disperazione per l'accaduto.

Depressione post parto

Da numerose indagini epidemiologiche risulta che nei Paesi occidentali e industrializzati come l'Italia, circa il 10-15% delle mamme viene colpito da depressione post parto, mentre la depressione in generale colpisce colpisce circa il 10% della popolazione nell'intero arco della vita. Presso altre culture e popolazioni queste percentuali possono variare anche in modo considerevole.

Però oltre il 70% delle madri, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifestano comunque sintomi lievi di depressione, in una forma che il pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott ha denominato baby blues”, con riferimento allo stato di malinconia (“blues”) che caratterizza il fenomeno. 
Si tratta quindi di una reazione piuttosto comune i cui sintomi includono delle crisi di pianto senza motivi apparenti, irritabilità, inquietudine e ansietà che tendono generalmente a scomparire nel giro di pochi giorni o qualche settimana.

Ben più gravi e duraturi sono i sintomi della “depressione post-partum” che possono perdurare anche per un intero anno e che comprendono: indolenza, affaticamento, disperazione, insonnia o sonno eccessivo, confusione, disinteresse per il bambino, paura di far male al bambino o a se stessa, improvvisi cambiamenti dell'umore.
La scienza medica non ha fornito ancora delle spiegazioni definitive riguardo alle cause del fenomeno, anche se alcuni studi imputano l’apparizione della “depressione post-partum” a cambiamenti ormonali nella donna, più in particolare nel calo del livello degli estrogeni e del progesterone. 

In realtà ci sono molti altri fattori che concorrono alla comparsa della “depressione post-partum”, perlopiù di origine psicologica legata agli eventi immediatamente successivi al parto, come il cambiamento di ruolo della donna in ambito sociale, il timore per le sue imminenti responsabilità, il proprio aspetto fisico. 

La depressione post-partum, se dovesse perdurare per un periodo superiore a qualche settimana, richiede l’intervento di uno specialista, psicologo o psicoterapeuta, che possa aiutare la madre, e di conseguenza il neonato, a ritrovare un equilibrio per poter vivere al meglio questa delicata fase della vita.

LA DIPENDENZA NELLE RELAZIONI

In ogni legame affettivo c'è una sorta di dipendenza sana, un legame che dà la sicurezza necessaria a farci andare avanti. In altri casi, però, si crea un legame costrittivo e obbligatorio con qualcuno di cui non si può più fare a meno. Un tale rapporto d'amore, patologico, diventa una gabbia che non da spazio all'individualità dei due protagonisti e produce chiusura ed insicurezza.
Questo sentimento da vita a manifestazioni affettive come la preoccupazione su dove si trovi il partner, mancanza di fiducia, rabbia, incapacità di chiedere sostegno in caso di bisogno. In questo caso, quando l'amore incatena, fa soffrire e nega la libertà siamo di fronte ad una dipendenza affettiva.


Il concetto di
dipendenza affettiva è stato utilizzato per la prima volta da Robin Norwood in 'Donne che amano troppo' nel'87, anni in cui la psichiatria comincia ad interessarsi alle dipedenze da comportamento.


Galimberti la definisce come "una modalità relazionale in cui un soggetto si rivolge continuamente agli altri per essere aiutato, guidato e sostenuto. L'individuo dipendente, avendo scarsa fiducia in se stesso, fonda la propria autostima sulla rassicurazione, sull' approvazione altrui ed è incapace di prendere decisioni senza un incoraggiamento esterno".


Questo tipo di dipendenza è una condizione psicologica dei nostri tempi caratterizzati da impotenza ed insicurezze che fanno scaturire nell'uomo il bisogno di avere una relazione simbiotica con l'illusione che l'altro sia capace di proteggerci dal resto del mondo. Tuttavia, quando l'illusione diventa un rapporto patologico, un ossessione in cui viene alterato l'equilibrio tra dare e ricevere, l'amore può diventare una dipendenza.

ABORTO SPONTANEO E DEPRESSIONE

L'aborto spontaneo può provocare un periodo di depressione più o meno lungo a seconda della donna e del tipo di gravidanza. Nonostante la maggior parte degli aborti spontanei siano dovuti ad un’anomalia cromosomica, il senso di fallimento e di colpa della donna è molto intenso.
La donna si sente in colpa per non essere stata capace di portare a termine la gravidanza, si sente diversa dalle altre donne e sperimenta un vissuto di inadeguatezza.
L’aborto, infatti, mette in discussione la donna, la sua femminilità e spesso anche il suo rapporto di coppia. Di conseguenza quando una donna subisce un aborto entrano in gioco diversi elementi psicologici (individuali e di coppia) che incidono sul suo stato di salute.

L’aborto spontaneo rappresenta per la donna un trauma psicologico che può innescare una condizione depressiva tipica delle perdite nelle situazioni di lutto. Nello specifico la donna sperimenta una perdita fisica, una perdita simbolica (le aspettative e i progetti relativi al nascituro) e una perdita dello status sociale di donna intesa come “madre”.
Le fasi che caratterizzano il periodo immediatamente successivo all’aborto sono un primo momento di intorpidimento e di negazione a cui segue una forte reazione di collera e di rabbia ed in ultimo di dolore quando la realtà della perdita si concretizza.
Occorre del tempo per la sua elaborazione ed è necessario attraversare le fasi psicologiche analoghe a quelle che caratterizzano il lutto.

In questo periodo la donna ha bisogno di ricevere un grosso sostegno da parte del partner e dei familiari e, qualora la condizione depressiva riattivasse problematiche e fragilità non ancora risolte, diventa importante chiedere aiuto ad uno specialista che si occupi della salute psicologica della donna.

Lo STRESS da cambio d'ora


Le giornate si allungano e questo è per molti un sollievo, ma per altre persone è più difficile abituarsi al cambiamento di orario perché la variazione introdotta con l’arrivo dell’ora legale crea un’alterazione dell’equilibrio sonno-veglia.
 
L’introduzione dell’ora legale non crea semplicemente una situazione per cui si dorme un’ora in meno.
 
Il problema è che il debito di sonno non è limitato a quel giorno soltanto ed Il periodo di transizione è per la maggior parte delle persone assai più lungo e vale sia per il passaggio dall'ora solare a quella legale sia viceversa.
 
La melatonina, una delle sostanze coinvolte nella regolazione del sonno, viene sintetizzata quando è buio, e favorisce il sonno. Il problema con l'ora legale è che il sole sorge più tardi, rendendo più difficoltoso l'instaurarsi del modo "veglia".
 
Mentre di sera la luce dura più a lungo, confondendo di nuovo l'organismo sul tempo giusto dedicato al riposo.
 
Secondariamente, dormendo poco o con un sonno disturbato, diminuisce anche la concentrazione e la produttività al lavoro e, per il lunedì successivo all’entrata in vigore dell’ora legale, gli incidenti in macchina sono leggermente superiori al numero di incidenti registrati generalmente con l’ora legale (quando c’è più luce), proprio perché la gente è più distratta ed assonnata.
 
D'altra parte, una volta che il nostro organismo si è gradualmente riequilibrato con il cambiamento introdotto con l'ora legale, la maggiore presenza di luce nelle nostre giornate può incidere positivamente sul nostro umore e sul nostro benessere psicologico.