IPOCONDRIA

La caratteristica principale dell'ipocondria è al percezione di sintomi fisici che fanno pensare ad una patologia di tipo medico e la preoccupazione legata alla paura o alla convinzione di avere una grave malattia. Affinchè si possa parlare di ipocondria, occorre effettuare una valutazione medica completa che possa escludere qualunque condizione fisica che possa spiegare i segni o i sintomi fisici del malessere.
L'ipocondria è rappresentata da una condizione di continue lamentele riguardo il proprio stato di salute. Tali situazioni conducono ad un trattamento medico, all'assunzione di farmaci, ad una compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. La persona tende a dare un'interpretazione erronea ai segnali somatici, percependoli come catastrofici e segnale di grave malattia; tende a dare peso solo ai segnali che confermano la sua ipotesi di malattia.
I sintomi provati inducono ad effettuare continuamente esami radiologici e possono portare ad interventi chirurgici, successivamente ritenuti non necesari.
La maggior parte dei pazienti lamenta nausea, meteorismo; l'umore è spesso depresso e tendente allo stato ansioso.
Uno degli obiettivi principali nella terapia del paziente affetto da  ipocondria è quello di promuovere il processo di accettazione relativa al rischio di potersi ammalare. Questo perché tale fattore è strettamente legato ai componenti ansiosi coinvolti nel circolo vizioso che amplificano le interpretazioni erronee sul proprio stato di salute.

LA DIPENDENZA NELLE RELAZIONI


In ogni legame affettivo c'è una sorta di dipendenza sana, un legame che dà la sicurezza necessaria a farci andare avanti. In altri casi, però, si crea un legame costrittivo e obbligatorio con qualcuno di cui non si può più fare a meno. Un tale rapporto d'amore, patologico, diventa una gabbia che non da spazio all'individualità dei due protagonisti e produce chiusura ed insicurezza.
Questo sentimento da vita a manifestazioni affettive come la preoccupazione su dove si trovi il partner, mancanza di fiducia, rabbia, incapacità di chiedere sostegno in caso di bisogno. In questo caso, quando l'amore incatena, fa soffrire e nega la libertà siamo di fronte ad una dipendenza affettiva.
Il concetto di dipendenza affettiva è stato utilizzato per la prima vola da Robin Norwood in 'Donne che amano troppo' nel'87, anni in cui la psichiatria comincia ad interessarsi alle dipedenze da comportamento.

Galimberti la definisce come "una modalità relazionale in cui un soggetto si rivolge continuamente agli altri per essere aiutato, guidato e sostenuto. L'individuo dipendente, avendo scarsa fiducia in se stesso, fonda la propria autostima sulla rassicurazione, sull' approvazione altrui ed è incapace di prendere decisioni senza un incoraggiamento esterno".
Questo tipo di dipendenza è una condizione psicologica dei nostri tempi caratterizzati da impotenza ed insicurezze che fanno scaturire nell'uomo il bisogno di avere una relazione simbiotica con l'illusione che l'altro sia capace di proteggerci dal resto del mondo. Tuttavia, quando l'illusione diventa un rapporto patologico, un ossessione in cui viene alterato l'equilibrio tra dare e ricevere, l'amore può diventare una dipendenza.

Questo tipo di dipendenza ha molti elementi in comune con le dipendenze in genere, si ricerca uno stato dell'organismo e della mente irraggiungibile nella realtà, una realtà da cui si cerca rifugio perchè intollerabile. La differenza centrale è che la dipendenza affettiva si sviluppa nei confronti di una persona e non di una sostanza, l'individuo dedica completamente se stesso all'altro.
I dipendenti affettivi vedono nell'amore la risoluzione dei propri problemi, ma la riduzione dei propri spazi implica il disinteresse per tutto ciò che non riguarda l'oggetto d'amore.
La persona dipendente non è capace di uscire dalla relazione, anche se ammette che la relazione è senza speranza, insoddisfacente. Inoltre, possono manifestarsi ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, idee ossessive. La peculiarità è che questo tipo di dipendenza è un disagio psicologico che può rimanere nascosto per tutta la vita di una persona, ponendosi però come la radice di un costante dolore che può alimentare anche gravi problemi psicologici, fisici e relazionali.
 

L'esperienza del LUTTO


Il lutto è una delle esperienze più difficili che una persona si trovi ad affrontare sul piano esistenziale: l'esperienza del lutto viene solitamente associata alla perdita di una persona cara, tuttavia in realtà ogni perdita può causare sofferenza ed angoscia ed associarsi ad un processo di vero lutto con tutte le sue implicazioni e i suoi vissuti caratteristici. Esperienze come il divorzio o la rottura di un rapporto affettivamente significativo, la perdita del lavoro, un aborto, il doversi trasferire in un altro paese, la morte di un animale domestico, il pensionamento, l'abbandono di una disciplina sportiva a causa di un incidente, etc... sono tutte esperienze di perdita che determinano un processo di lutto e che possono procurare un notevole livello di dolore ed angoscia e provocare senso di solitudine ed abbandono.
Il processo di elaborazione del lutto richiede, sovente, tempo ed aiuto per poter passare da un vissuto di perdita ad un vissuto di integrazione di ciò che manca. Non sempre e non per tutti il compimento del processo d'elaborazione del lutto avviene in tempi rapidi e in senso positivo e trasformativo. L'esperienza del lutto implica il doversi confrontare con una gamma notevole di sensazioni ed emozioni negative quali il dolore, la tristezza, la disperazione per l'accaduto.
Quando questa sofferenza risulta essere talmente intensa che l'individuo non riesce a gestirla in modo autonomo, è consigliabile farsi aiutare da uno psicoterapeuta esperto. La persona, infatti, per evitare di stare male, tende a relegare in un cassetto le emozioni più dolorose connesse all'esperienza della perdita, facendo finta che nulla sia accaduto e negando la realtà. Così facendo si rischia di ottenere l'effetto contrario, cioè un accumulo di tensione psicologica e un progressivo incremento di angoscia, che rallenta il processo di elaborazione del lutto.

Il dramma della gelosia

Come si spiega la psicologia della gelosia?
La gelosia nasce dalla paura di perdere l'altro, nasce dal dolore, dalla frustrazione di non sentirsi unici e indispensabili, nasce dal vivere l'altro come una proprietà, piuttosto che come un compagno.
La gelosia nasce dal crollo narcisistico di sentirsi, per l'altro, speciali, unici e insostituibili.
La gelosia è ciò che connette l'oggi con ieri, che ci riporta a quel dolore provato quando scoprimmo che mamma non era tutta nostra ma anche nostra, quando sentimmo che papà era un uomo da dividere con un'altra donna...
La gelosia nasce lì, in quelle relazioni primarie affettive in cui scopriamo di non essere al centro di quel mondo, dove per la prima volta proviamo desiderio di possesso e la paura dell'abbandono: relazioni in cui scopriamo la vicinanza e la paura della perdita, dove ci illudiamo di essere unici, speciali, prediletti, per poi scoprire che il mondo non ruota intorno a noi. La gelosia nasce nei rapporti in cui chiediamo al partner di metterci al centro del suo mondo per poi scoprire che ciò non può accadere, nasce nelle relazioni in cui chiediamo all'amico di dichiararci il miglior amico possibile, nasce nelle liti tra i fratelli per mostrarsi agli occhi di mamma, nasce dalla paura di non avere più su di noi lo sguardo dell'amato che, distratto, si perde in altri occhi.
La gelosia è dolore, è frustrazione: questo fa in modo che venga coperta da rabbia, violenza, distruttività. La gelosia non è solo leggera, simpatica, a volte vivacizzante per un rapporto. La gelosia ha realmente accompagnato molti drammi familiari.
Chi soffre di gelosia rischia di perdere lo sguardo sulla realtà: una psicoterapia spesso è la strada migliore da intraprendere per sciogliere il dolore, il narcisismo e il desiderio di possesso che alimentano la persona gelosa. Un amore non geloso può aprire le porte ad un amore sano.

Il divorzio emotivo e psicologico


Lo psicologo Paul Bohannan (1970) è stato uno dei primi studiosi che ha considerato il divorzio e la separazione nella loro complessità psicologica e sociale.
Egli ha identificato sei “gradi”, o dimensioni, del divorzio: emozionale, legale, economico, comunitario, genitoriale, psicologico. Una coppia, al momento della separazione, può avere problemi su tutti questi aspetti o solo su alcuni.
Il divorzio emozionale può avvenire molto prima che la coppia si separi fisicamente o, al contrario, può rimanere a lungo incompiuto anche successivamente alla sentenza di divorzio. Il matrimonio è un patto che avviene a due livelli: quello ufficiale della dichiarazione di impegno e quello emotivo, intimo del “patto segreto”. E’ quest’ultimo che è più difficile da interrompere poiché in esso si custodiscono le attese, i sogni, i progetti di una vita insieme. Spesso si verificano situazioni in cui nonostante a livello ufficiale si sia sciolto il patto, non altrettanto si riesce a fare a livello emotivo. Si determina così una situazione ambigua che coinvolge non solo gli ex coniugi ma anche i figli, i nuovi partner, i parenti e gli amici.
Il divorzio legale è lo scioglimento giudiziale del vincolo coniugale quando la comunione spirituale e materiale dei coniugi è diventata impossibile. Sarà meno traumatico se avviene dopo che è stato elaborato quello emozionale e materiale.
Il divorzio economico provoca, soprattutto nell’attuale contesto sociale, difficoltà finanziarie, aumentandole ed aggravandole quando già sono presenti.
Il divorzio comunitario prevede la rottura o l’indebolimento di alcuni rapporti significativi con gli amici comuni, con i parenti acquisiti e l’abbandono di uno dei due del luogo di residenza e del vicinato. Uno dei compiti più delicati a chi si trova ad affrontare un divorzio è la ricostruzione di una rete sociale di riferimento e di supporto non solo per gli adulti ma anche per i bambini.
Il divorzio dovrebbe mettere fine al matrimonio NON alla genitorialità. In realtà molte coppie finiscono per divorziare anche dai figli. Questo si verifica quando l’elevata conflittualità o la scarsa partecipazione di uno dei due non consente ai genitori di accordarsi sullo stile educativo, sulla disciplina, sulle scelte per i figli.
Il divorzio psicologico è definito come “la separazione di sé dalla personalità e dall’influenza dell’ex coniuge”.
Si tratta di imparare a vivere senza l’altro affidandosi a sé stessi come persone autonome ed indipendenti. Questa evoluzione risulta più pesante quando il divorzio non è voluto ma subito. Generalmente, in colui che viene lasciato, prevale senso di smarrimento e di paura a gestire da soli la quotidianità; in colui che lascia invece un profondo senso di colpa.

Genitori ed educazione


Ci siamo abituati all'idea che i bambini debbano nascere e crescere in un ambiente equilibrato, senza conflitti, con i genitori che non litigano, che danno sempre il buon esempio...
"Bisogna stare attenti a quello che si dice davanti ai figli! Bisogna essere responsabili! Occorre sapere che le nostre parole possono avere sui bambini effetti che durano nel tempo!..."
Pensiamo che la cosa più importante sia che i figli siano contenti, sereni, equilibrati. La cultura degli ultimi anni propone un ruolo di genitori comprensivi, dolci e carini, pronti a capire i loro bambini e le loro dinamiche.
Ma....
Ai bambini fa bene la famiglia perfetta?
I bambini che crescono in un matrimonio senza conflitti, dove tutti sorridono sempre, dove i genitori recitano un modello educativo irreprensibile, sviluppano una crescita armonica?
Forse no!
Forse la famiglia del Mulino Bianco è una recita, non esiste...
Meno c'è naturalezza e spontaneità tra i genitori, più in casa si respira un'aria irreale, finta.
Se l'ambiente in casa è sano, gli istinti e le emozioni devono potersi manifestare apertamente, anche la paura, anche la rabbia. I bambini devono viverle per imparare a conoscerle ed accogliere.
I genitori devono accompagnare i figli in questo percorso di accoglienza di queste istanze.

Il lutto e la separazione e la tecnica dell' EMDR


Perdere una persona cara è una delle situazioni
più traumatiche che si possano vivere

Si tratta di un’esperienza molto dolorosa che necessita, in molti casi, di un aiuto specifico per poterla elaborare.
La tecnica dell’EMDR permette di intervenire nei casi in cui il livello di difesa dal dolore è estremamente elevato e dove agisce una grossa resistenza al superamento del trauma legato alla perdita.

E’ importante sottolineare che il malessere dovuto alla perdita è estendibile sia al lutto sia alle situazioni di abbandono/separazione che avvengono nei rapporti di coppia.
Il processo di separazione nella coppia, infatti, viene equiparato ad un vero e proprio lutto poiché, a tutti gli effetti, si tratta della perdita della persona amata e proprio per questo è da considerarsi un tipo di evento di tipo traumatico che necessita, dunque, di essere elaborato.

In entrambe le situazioni assistiamo al passaggio attraverso fasi nelle quali da un iniziale negazione o stordimento per la perdita, la persona gradualmente diventa più consapevole di quanto sta accadendo ed esprime rabbia verso tutto e tutti. La rabbia  permette di mantenere il legame poiché l’obiettivo è rifiutare ad ogni costo la separazione. Infine, nella fase depressiva, il soggetto prende atto che la situazione è ormai irreversibile: tale fase è molto dolorosa. A questa fase deve seguire la fase dell’accettazione in cui si è in grado di progettare il proprio futuro in maniera autonoma e senza la persona da cui ci si è separati.

Uno stato di depressione è del tutto comprensibile nel periodo conseguente alla perdita, ma se questo stato persiste e getta la persona in una condizione di angoscia continua da cui è incapace ad uscirne, allora è consigliabile affidarsi ad un aiuto esterno che possa accompagnare nel difficile percorso dell’accettazione ed elaborazione. Un percorso terapeutico, in questo caso, permette di sostenere e rafforzare il soggetto al fine di aumentare l’autonomia e la capacità di progettare un futuro.

L’obiettivo dell’EMDR è di mettere in moto l’intrinseco e innato sistema di elaborazione dell’informazione per trasformare le percezioni immagazzinate in modo disfunzionale.
La tecnica dell’EMDR fornisce un intervento psicoterapeutico in grado di avviare, attraverso la stimolazione bilaterale visiva o tattile,  un  processo di elaborazione delle emozioni e dei pensieri collegati alla perdita e di raggiungere così soluzioni più adattive per la persona. La tecnica dell’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica per elaborarla nelle sue diverse componenti: emotive, cognitive e corporee.

Ansia nei bambini e in adolescenza

Il disturbo d'ansia è caratterizzato da sentimenti pervasivi di preoccupazione o ansia con evidenti sintomi fisici, difficili da controllare e che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno sei mesi.

L'ansia generalizzata viene definita attraverso i seguenti criteri:
- ansia e preoccupazione eccessive riguardo ad innumerevoli eventi o attività della vita quotidiana (scuola, lavoro)
- difficoltà nel controllare la preoccupazione
- sintomi quali: irrequietezza, tensione, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare, alterazioni del sonno (difficoltà ad addormantarsio a mantenere il sonno, sonno inquieto)
- l'ansia, la preoccupazione, o i sintomi fisici causano disagio clinicamente significativo o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.

Nei bambini e negli adolescenti si manifesta principalmente con preoccupazioni relative agli impegni scolastici o alle prestazioni in generale, come gli impegni sportivi, o gli impegni sociali.
Può essere presente una tendenza al perfezionismo che genera uno stato di tensione, che può causare o un impegno eccessivo o in comportamenti di evitamento.
L'ansia si manifesta in varie forme, per esempio il bambino può presentare un atteggiamento di sfida, oppure essere molto irritabile o vivere momenti di chiusura e isolamento.
Il bambino ansioso vive costantemente un vago sentimento d'oppressione, associato ad un atteggiamento di attesa di un avvenimento vissuto come spiacevole ed imprevisto.
L'angoscia nei bambini trova espressione attraverso il corpo, sotto forma di sintomi somatici, come cefalea, vomito, dolori addominali o agli arti, oppure può diminuire la capacità di attenzione e manifestarsi distrazione e svogliatezza.
A partire dalla preadolescenza (11-12 anni) l'angoscia si esprime anche attraverso crisi di collera, atteggiamenti di continua richiesta, alterazioni comportamentali. In questa fase si riscontra una sintomatologia complessivamente più grave, con un maggior numero di sintomi, una maggiore compromissione del funzionamento sociale e personale ed una maggiore e più evidente sofferenza soggettiva.
 

I buoi propositi per l'anno nuovo


Ad ogni inizio di anno facciamo liste di buoni propositi per migliorare la nostra vita e darci nuovi obiettivi: risparmiare, fare attività fisica, passare più tempo con i nostri cari… Però passato il periodo dell’entusiasmo iniziale, gradualmente ma inesorabilmente, tutto ciò che ci eravamo prefissati va in fumo.

Secondo lo psicologo americano Paul Marciano, psicologo comportamentale, autore del libro “Carrot and sticks don’t work”, è la strategia ad essere sbagliata, come riporta D de La Repubblica. Diventa importante riflettere sulle parole che utilizziamo più frequentemente ed ampliare il nostro linguaggio con frasi e parole che ci rappresentino e ci autorizzino maggiormente a raggiungere i nostri obiettivi.

 Il nostro mondo è definito dalle parole che usiamo. Per questa ragione, è importante cambiare quelle che utilizziamo per descrivere i nostri propositi per il nuovo anno”, consiglia l’esperto. “Può succedere di non essere riusciti a portare a termine qualcosa che ci eravamo prefissi, ma questa non può essere una ragione fallire adesso. Quindi, evitate di usare frasi che implicano questa possibilità, tipo: “Sto cercando di…”  Il vostro obiettivo, infatti, non è provare, ma riuscire”. Il secondo gruppo di parole a cui fare attenzione sono quelle che, a volte in modo subliminale, fanno sentire in difetto. “Il condizionale è un interprete perfetto. Verbi come “dovrei” dicono molto di più della parola stessa”.

Inoltre è opportuno riflettere su quanto l’obiettivo sia realizzabile: “Le persone con una bassa autostima, tendono a porsi obiettivi troppo ambiziosi, per dimostrare che non li riescono a raggiungere. Oppure, troppo semplici, per confermare il loro disvalore, visto pensano che siano raggiungibili da chiunque”.  Secondo Il dott. Marciano, la seconda parte della strategia riguarda la messa a punto del piano: “Una delle ragioni per cui tendiamo a non rispettare le risoluzioni è perché si tratta di obiettivi troppo generici. Le persone si focalizzano risultato finale, ma la verità, è che bisogna concentrarsi sui comportamenti che portano al risultato desiderato “Bisogna chiarire esattamente cosa comprende questa definizione”. E’ il caso di rimettere mano al progetto che dovrebbe essere composto da passi accessibili: “Pensate ai propositi del nuovo anno come a una maratona. Nessuno si mette per strada per correre quaranta chilometri da zero: si comincia con un chilometro e si va avanti per piccoli passi incrementali”. Un proposito del nuovo anno, per quanto ambizioso, dovrebbe essere suddiviso per tappe. “Ci vuole una piattaforma per il cambiamento. Anche in questo caso, attenzione alle parole: date la precedenza a concetti positivi. Quindi, invece di “smettere di fumare”, proponetevi piuttosto di “prendervi cura della vostra salute” e dettagliate esattamente in che modo volete farlo e quali cambiamenti di abitudine dove introdurre per riuscirci”.

Per fare in modo che, con il passare dei giorni i propositi non finiscano nel dimenticatoio, Marciano suggerisce la metafora del sasso e del barattolo. “Se volete mettere un sasso e della sabbia in un barattolo di vetro, potete farlo in due modi: se prima mettete la sabbia, non rimane più spazio per il sasso. Invece, se prima infilate il sasso, la sabbia occuperà lo spazio vuoto”. Come a dire, non è vero che non abbiamo tempo: si tratta di organizzarlo in maniera diversa.

La paura dell'ansia. L'ansia anticipatoria


L’ansia anticipatoria è un disturbo tipico degli attacchi di panico, ed è causato proprio dal continuo stato di tensione che accompagna la persona nel timore della prossima crisi. L’ ansia anticipatoria è  una sorta di “panico del panico” in cui il soggetto finisce col vivere in una situazione di perenne ansia proprio per il timore di quando arriverà il prossimo attacco di panico.

Le cause dell’ansia anticipatoria

La causa principale dell’ansia anticipatoria sono gli attacchi di panico, in particolare può avvenire che la persona, in date situazioni (cioè quelle che più probabilmente potrebbero causargli un attacco di panico) inizi ad avvertire questo stato di ansia sempre più forte che è appunto “anticipatoria” non tanto dell’attacco di panico in se, quanto del rischio (della paura) che quella persona avverte che proprio in quella situazione possa originarsi il prossimo attacco di panico.

Ansia anticipatoria: i sintomi più comuni

I sintomi con cui si manifesta l’ ansia anticipatoria sono quelli classici di qualunque stato d’ansia; ovviamente il modo in cui ogni persona manifesta l’ansia è personale e soggettivo, tuttavia alcuni sintomi sono particolarmente comuni, come ad esempio la fame d’aria e la sensazione di soffocamento che tipicamente accompagnano gli stati d’ansia.

Come si diagnostica l’ansia anticipatoria

L’ansia anticipatoria non presenta particolari difficoltà nella diagnosi, sia perché è normalmente sufficiente un colloquio col paziente per riconoscerne il quadro, sia perché è il paziente stesso a rendersene conto e a ricollegarlo direttamente all’attacco di panico.

Ansia anticipatoria: quando rivolgersi allo specialista e come curarla

L’ansia anticipatoria e gli attacchi di panico non sono facili da gestire perché condizionano pesantemente la propria vita privata e professionale; per chi ne soffre è importante abbandonare ogni imbarazzo e rivolgersi al proprio medico il quale, dopo aver valutato il caso, stabilirà il modo migliore di procedere.

Più che di curare l’ansia anticipatoria sarebbe più corretto parlare di come gestirla; provare ansia di fronte all’evenienza di qualcosa di spiacevole è piuttosto naturale, il problema si pone quando quest’ansia diventa ingovernabile tanto da paralizzare la persona impedendole di continuare a svolgere le normali attività.

Adottare dei sani stili di vita, utilizzare tecniche di rilassamento derivate dalla Mindfulness ed intraprendere un percorso di Psicoterapia orientata alla gestione dell’ansia, sono tutte azioni che, nel complesso, possono permettere di convivere con l’ansia e di gestirla nel migliore dei modi.